L’Italia è una Repubblica fondata sui colpi di Stato veri, presunti e inesistenti

colpodistato

La storia di una minaccia sempre richiamata ma quasi mai realizzata

Il “Partito Democratico “ di Matteo Renzi e “Forza Italia” stanno tentando di promuovere una nuova riforma istituzionale ed elettorale: il “movimento cinque stelle” è molto contrario a essa e denuncia un “colpo di Stato”; I motivi di tale asserzione sono i pilastri della riforma stessa (liste bloccate, un senato non votabile, il premio di maggioranza, un’alta soglia di sbarramento, ecc.).
Questa volta l’allarme è almeno eccessivo ma la teoria di “colpo di Stato” sembra costellare la storia d’Italia: veri, presunti o addirittura preparati.
Curiosamente è sempre l’area ideologica di sinistra che denuncia questo fenomeno, incolpando puntualmente la parte avversa.

Il primo caso avvenne alla fine del diciannovesimo secolo, nel 1899, durante il ministero del Generale Luigi Pelloux: in quegli anni aveva appena visto la luce, il “Partito Socialista”, vicino alle posizioni marxiste e quindi visto con terrore dai moderati liberali.
Il governo spaventato dalle continue sommosse operaie (appoggiate dal “giovane” partito), formulò leggi severe, che impedissero nuovi disordini: dichiarò il domicilio coatto per chi era ritenuto eversivo, limitò il diritto di associazione e di stampa e infine armò alcune classi d’impiegati (ferroviari, postali e telegrafici).
Durante la seduta parlamentare la sinistra inaugurò (per la prima volta) la pratica dell’ostruzionismo e della rissa in aula parlamentare: le leggi non furono votate e il governo cadde, promuovendo nuove elezioni che arrisero ai partiti maggiormente democratici.
Leggendo i manuali di storia, l’episodio è ricordato come un tentativo di “colpo di Stato”, da parte di Luigi Pelloux e il Re Umberto I,: ma in realtà i provvedimenti tentavano di porre freno al potere socialista, considerato eversivo dai liberali di un tempo.

Dal punto di vista cronologico, Il secondo episodio della storia italiana, fu l’unico vero “colpo di Stato”: la marcia su Roma e l’avvento di Benito Mussolini al potere.
Approfittando della situazione instabile antecedente al 1922 (un governo liberale ormai decrepito, in balia delle lotte tra fascisti e comunisti), Benito Mussolini decise di prendere in mano la situazione e marciò per le strade di Roma, chiedendo e ottenendo dal Re la nomina a presidente del consiglio.
Vittorio Emanuele III accolse la proposta e il Duce governò per vent’anni: un regime dittatoriale che modificò, all’interno, il precedente Stato liberale.
Questo fu l’unico “colpo di Stato” realizzato, nella storia d’Italia.

Terminato il periodo fascista, l’idea di rovesciare lo Stato democratico terrorizzò più che mai gli italiani, al punto che taluni usarono la parola “colpo di Stato “ per sensibilizzare la gente, talvolta a scopi elettorali.
Nel 1953 Alcide De Gasperi si rese conto che le stabilità dei governi erano più che mai fragile: ideò quindi una nuova legge elettorale che desse sicurezza al partito vincente di governare.
Garantì un premio di maggioranza (relativo al 65 % ei seggi) alla lista (o al gruppo di esse) che raggiungesse più del 50% dei voti: temendo l’ostruzionismo parlamentare, la legge fu votata senza dibattimento e la sinistra insorse.
Similmente al caso odierno, la sinistra denunciò un “colpo di Stato” e definì “legge truffa”, la riforma appena approvata.
La legge non scattò per pochissimi voti (la lista collegata prese, il 49,8%): le importanti conseguenze furono il crollo politico e la morte di Alcide De Gasperi.

Sette anni dopo il grido di “colpo di Stato” riecheggiò ancora nella penisola italiana.
A seguito di una serie di governi “deboli”, dati dalla fragilità delle maggioranze (al punto che l’ “indesiderato” Msi era costretto ad appoggiare maggioranze traballanti), il presidente Gronchi decise di affidare il governo al suo pupillo, Fernando Tambroni.
Il politico democristiano formò un governo di transizione, subito votato dai missini: dopo le rituali dimissioni, Gronchi invitò il governo a ripresentarsi alle camere (dove il Movimento Sociale rinnovò il consenso).
Tambroni curiosamente non seguì un viatico di transizione ma tentò alcune riforme populistiche e, soprattutto, diede il benestare di organizzare a Genova il congresso del Msi.
L’atto, oggi giorno normale, fu allora visto come un serio pericolo per la democrazia: a maggior ragione essendo Genova una città simbolo della resistenza anti fascista.
Curiosa fu la protesta perché in precedenza Milano (altra città importante per la resistenza) era stata teatro di un congresso missino, ma nessuno si era lamentato.
A Genova la situazione era incandescente un gruppo di partiti neo fascisti (Pci, Psi, Psdi, Pri, Psdi e Partito Radicale) si erano riuniti per protestare, trentamila persona parteciparono alla manifestazione (tra cui il futuro presidente Sandro Pertini) e fu proclamato lo sciopero generale, anche da parte di numerosi studenti universitari.
I veri scontri avvennero a Piazza De Ferrari, ove i manifestanti intonando canti partigiani si scontrarono contro la polizia: questi ultimi reagirono duramente (attraverso idranti, cariche e addirittura armi da fuoco) ma i manifestanti non furono da meno (si munirono di pali di legno e spranghe di ferro, bombe lacrimogene e incendiarono o distrussero le jeep della polizia); un poliziotto fu gettato nella fontana e addirittura la popolazione genovese scagliò dei vasi addosso alle forze dell’ordine.

Le manifestazioni si svolsero in altre zone d’Italia (Roma, Torino, Milano, Livorno, Palermo, Catania e Ferrara) e la polizia fu ancora più aggressiva, usando massicciamente armi da fuoco e provocando morti e feriti: il governo attaccò anche chi manifestava o addirittura commemorava le vittime del fascismo (accadde a Roma a Porta San Paolo) e qualcuno distrusse la sede del Partito Radicale o lanciò bombe contro una sede del Partito Comunista.
La reazione della polizia fece rammentare la parola “colpo di Stato”: alludendo a Ferdinando Tambroni come un “dittatore” e Giovanni Gronchi come suo “protettore”.

In realtà sembrerebbe, secondo alcune dichiarazioni (Tambroni, Montanelli o la stampa americana), che le rivolte le avesse volute il Partito Comunista: Togliatti era appena tornato da un viaggio in Urss, dove era stato (sembra) indottrinato a una serie di sommosse.
Questa ipotesi giustificherebbe in parte la reazione di Ferdinando Tambroni e la curiosa organizzazione notata tra i giovani manifestanti: perfettamente coordinati (ciascuno con un proprio leader), seguiti da un servizio medico organizzato (per evitare che i manifestanti fossero identificati in ospedale) e già muniti di numerose armi improprie.

Ai fatti di Genova fu data una luce addirittura strategica politica, voluta dai partiti italiani, come sostenette lo stesso Ingrao:

«Perché quando viene data notizia del Congresso missino, a metà maggio, a Genova non vi è la benché minima opposizione? In realtà in quel frangente si catalizzano sul congresso del MSI una serie di tensioni diverse ma convergenti. Da parte delle sinistre incidono la preoccupazione per l’impronta sempre più autoritaria della presidenza della Repubblica e la ripresa di una mobilitazione operaia e contadina a cui è necessario dar sfogo; da parte democristiana pesa la lotta per il controllo del partito e, più particolarmente, il pericolo delle “avventure milazziane”. La strategia delle correnti “aperturiste” nella DC punta in primo luogo al rinvigorimento dello spirito antifascista delle sinistre per tagliare l’erba sotto i piedi ad una ipotetica alleanza tra le ali estreme che, sulla base di progetti di rinascita nazionale conditi con abbondanti dosi di populismo, mini il sistema di potere democristiano; e in secondo luogo mira allo screditamento di quelle componenti democristiane che ricercano una intesa con la destra. Nulla di meglio, quindi, che favorire lo “scatenamento della piazza” per liberarsi, ad un tempo, di un alleato scomodo e degli oppositori interni al progetto del governo delle “convergenze parallele”».
Come nel caso di De Gasperi, fu talmente forte l’onta subita che Fernando Tambroni morì pochi anni dopo d’infarto, quando seppe che non era più candidato in parlamento.

Altri quattro anni passarono, prima che un nuovo “presunto” colpo di Stato si affacciasse nella storia italiana.
Nella calda estate del 1964, i partiti si stavano mettendo d’accordo per concordare il secondo governo di Aldo Moro: il primo ebbe una rilevanza storica (per la prima volta dopo tanti anni, il Partito Socialista ebbe dei ministeri) ma deluse dal punto di vista programmatico, il secondo vedeva un Psi agguerrito (nel richiedere programmai avanzati).
In realtà sembra che Aldo Moro auspicasse una politica più avanzata mentre il Presidente Segni ne fosse contrario, al punto di minacciare un governo di tecnici o addirittura di militari.
Il Presidente Antonio Segni continuava le estenuanti consultazioni, convocando curiosamente il Generale Giuseppe De Lorenzo, un importante membro dell’esercito: durante la tradizione parata militare della festa della repubblica, l’esercito italiano appariva eccessivamente armato, al punto che alcuni leader di sinistra furono inquieti e neanche dormirono a casa, in quelle notti.
De Lorenzo convocò a più riprese i militari, pare accennando a occupazione delle prefetture e a rimozioni coatte dei politici di sinistra in Sardegna: curiosamente la Dc e il Psi andarono improvvisamente a miti consigli e si creò un secondo governo Moro, ancora più soporifero del primo.
Fu il quotidiano “L’Espresso”ad avviare l’inchiesta nel 1967 ma una commissione parlamentare dichiarò inesistente la presenza di un colpo di Stato.
In realtà sembra che questo piano (detto “solo” perché coinvolgeva solamente l’arma dei carabinieri) fosse una delle tante manovre collegate alla “Guerra Fredda”, una prova di sicurezza, per arginare un eventuale pericolo sovietico: lontano quindi da ogni colpo di Stato.

Il concetto che una forza esterna alla politica, tentasse di rovinare il sistema democratico (magari semplicemente chiedendo una repubblica presidenziale o addirittura volendo “esiliare” i politici contrari al cambiamento) resistette a lungo nell’immaginario collettivo: si parlò di massoneria, di servizi segreti deviati, di una “mano” americana e dell’appoggio dell’onnipresente Andreotti.
Addirittura venne il sospetto che vi fossero dei patti segreti in atto, capaci di combinare una vera “strategia della tensione”.
Leggendo fantomatici documenti dello spionaggio inglese, sembra che la dittatura dei colonnelli in Grecia fosse in contatto con gli Stati Uniti per importare in Europa dei sistemi autoritari: in effetti, in tanti paesi europei (compresa l’Italia), vi furono una lunga serie di attentati, di cui furono individuati i colpevoli (molte volte di estrema destra) ma senza alcuna prova a loro carico.
D’accordo con l’allora presidente Giuseppe Saragat, gli attentati avrebbero spaventato la gente, spingendola in una più “sicura” deriva autoritaria e abbandonando l’“eversivo” centro sinistra.
In effetti, dal 1969 al 1984 si contarono in Italia ben nove attentati gravi in Italia, tra cui i più celebri: la strage di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), la strage di Piazza della Loggia a Brescia8 28 maggio 1974), la bomba che colpì il treno “Italicus” (4 agosto 1974), la strage di Bologna8 2 agosto 1980) e infine la bomba al treno rapido 404 (23 dicembre 1984).

“Figlio” di questo presunto complotto, nel 1970, fu un vero e proprio colpo di Stato, solo all’ultimo non attuato: tra il 7 e l’8 dicembre di quell’anno, Junio Valerio Borghese (dal passato fascista, essendo stato comandante della decima flottiglia Mas nel 1943) ebbe iniziali intenzioni eversive ma improvvisamente decise di desistere.
Borghese e i suoi uomini (appoggiati sembra dall’esercito) dovevano compiere alcune operazioni: la deposizione coatta degli oppositori in parlamento e del presidente Saragat (similmente al piano del 1964, riguardo ai parlamentari), l’assassinio del capo della polizia e l’occupazione di alcuni punti strategici (le sedi dei partiti e la Rai).
Il testo che doveva pronunciare Borghese era già preparato e scritto.

«Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di Stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale, ha cessato di esistere. Nelle prossime ore con successivi bollettini, vi verranno indicati i provvedimenti più immediati e idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione.
Le Forze Armate, le Forze dell’Ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della Nazione sono con noi; mentre, dall’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli, per intendersi, che volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo Stato che insieme creeremo, sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera: il nostro glorioso Tricolore! Soldati di Terra, di Mare e dell’Aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali; vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento, nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso Tricolore vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d’amore: Italia! Italia! Viva l’Italia»

Ai cospiratori furono date armi a sufficienza e anche Milano si preparava a insorgere, ma improvvisamente Borghese si ritirò e la congiura (rivelata tre anni dopo alla popolazione) fu definita un patetico movimento di anziani nostalgici.

Nonostante i toni rassicuranti del governo, pare ormai accertato che numerose organizzazioni fossero coinvolte nel “golpe Borghese”: la massoneria, la mafia, gli Stati Uniti e Giulio Andreotti (allora ministro della difesa).
In realtà sembra che il governo avesse organizzato un golpe fittizio (con l’aiuto di Licio Gelli) per giustificare delle forti leggi di ordine pubblico: gli Stati Uniti sembravano al corrente e favorevoli ma a patto che Andreotti garantisse l’ordine di queste manovre, ma poichè il politico si ritirò, anche gli Stati Uniti ordinarono di bloccare ogni movimento.
Una spiegazione alternativa (come nel caso del “piano solo”) vede l’azione di Borghese, come un’ esercitazione nel caso di eventuale guerra fredda.
Gli imputati furono assolti nel 1984, risultando che il fatto non sussistesse.

L’ultimo grande richiamo al “colpo di Stato” in Italia, avvenne il 21 maggio 1981, quando fu resa pubblica l’esistenza (attraverso la lista degli iscritti) della loggia Propaganda Due (meglio conosciuta come P2): seguendo la pista d’indagini legate a Michele Sindona, alcuni magistrati perquisirono la villa di Licio Gelli e scoprirono il vaso di Pandora.
La loggia esisteva fin dal 1877 ma fu solo sotto la carismatica leadership di Licio Gelli che l’associazione si rafforzò, comprendendo tra gli affiliati un migliaio di persone (politici, militari, professionisti, giornalisti, uomini dei servizi segreti, personaggi dello spettacolo e industriali): fu presunta protagonista della “strategia della tensione”, del crack del “banco Ambrosiano” e del “Golpe Borghese”.
Il programma politico di Licio Gelli e della sua loggia (scaturita dall’avanzata del Partito Comunista nel 1976) era, prima di tutto, l’istituzione di una repubblica presidenziale, la creazione di un esercito professionale (e non di leva), l’abolizione della validità dei titoli di studio (per favorire l’occupazione), l’abolizione del monopolio della Rai, la sottomissione dei magistrati ai comandi dell’esecutivo (separando le carriere nella magistratura), la rottura dell’unità sindacale, la riduzione dei parlamenti e l’abolizione delle immunità a essi.
Lo scopo era impadronirsi del potere in ogni sua forma, per cui I membri della loggia dovevano, gradualmente, predominare nelle rispettive professioni o partiti, potendo quindi dominare gran parte del “sistema Italia”: furono tentate anche scalate finanziarie per il possesso di giornali e banche (perfino alla Ior vaticana), con lo scopo di incidere ancora di più nella società.
Le conseguenze furono ovviamente enormi: la crisi di governo (due ministri erano associati alla P2), crolli economici delle società colluse e infamie riguardanti le personalità inquisite (tra gli altri, Berlusconi, Costanzo, Gervaso, ecc.)
Fu istituita un’apposita inchiesta parlamentare (cui capo fu messa l’onorevole Tina Anselmi) e la P2 fu ufficialmente sciolta il 25 gennaio del 1982.

La lunga descrizione dei presunti, veri o falliti colpi di Stato, dimostra come l’attuale allarme lanciato dal “Movimento cinque stelle” sia almeno esagerato e da ridimensionare.
Inquietante ma eloquente è l’affermazione: la Repubblica Italiana è fondata sui colpi di Stato.

Maria Rosaria Cardenuto

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