La trattativa Stato-mafia, probabilmente non è mai esistita

Immagine tratta dal periodico "Panorama"

Immagine tratta dal periodico “Panorama”

Cosa è il “papello” ? in cosa consiste la trattativa tra “Stato e mafia”?

Il “papello” è un presunto contratto tra lo Stato e la mafia, il cui scopo fu di interrompere le stragi mafiose, cominciate con gli attentati a Roma e Firenze dei primi anni ’90.
Secondo le ricostruzioni fu l’ex ministro Calogero Mannino a preoccuparsi, a seguito dell’omicidio del democristiano Salvo Lima (e le minacce successive alla classe politica), ma gran parte dei politici, sentendosi protetti e rassicurati, non vollero prendere iniziative.
Al contrario la strage di Capaci (che costò la vita a Giovanni Falcone) fu talmente clamorosa che spinse la classe politica a tentare una trattativa con la mafia.
Fu incaricato il Colonnello Mario Mori della ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) di mettere in contatto l’ex sindaco di Palermo (notoriamente colluso con la mafia) Vito Ciancimino e usarlo come tramite verso Totò Riina: uno dei testimoni chiave, Giovanni Brusca, riportò la risposta di Riina alla proposta dello Stato («Si sono fatti sotto. Gli ho presentato un papello così grande di richieste».)
Coinvolti in questa inchiesta, furono l’ex ministro Nicola Mancino (che si dichiarò all’oscuro dei fatti), Luciano Violante (che confermò i contatti tra Mori e Ciancimino) e addirittura l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (che ebbe un colloquio telefonico con Mancino, quando entrambi erano ministri): secondo un testimone chiave, Massimo Ciancimino (figlio di Vito), la trattativa proseguì fino al 1994, includendo Bernardo Provenzano e infine i fratelli Graviano.
Il conseguente processo di Palermo, iniziato nel 2012, ha assolto Mario Mori e ha condannato Massimo Ciancimino per falsa testimonianza: un secondo processo è iniziato nel 2013 e stavolta coinvolge anche Silvio Berlusconi (attraverso Marcello Dell’utri) e soprattutto getta nuova luce sull’omicidio di Paolo Borsellino.
Sembra, infatti, che il magistrato rappresentasse un grave ostacolo (a causa della sua determinazione) all’accordo tra lo Stato e la mafia, al punto che quest’ultima e i servizi segreti decisero di eliminarlo; i boss si “amicarono” Berlusconi per avvicinare Bettino Craxi e di conseguenza attenuare il maxi-processo in atto:
dal 1994 la mafia sostituì “Forza Italia” con la “Democrazia Cristiana”, come partito di riferimento.

Nel 1993, l’allora presidente del consiglio Azeglio Ciampi e il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, presero decisioni improvvise e apparentemente incoscienti.
Modificarono l’articolo “41 bis” (che prevede il carcere duro), moderandolo ed evitando pene dure a 140 detenuti.
Destituirono improvvisamente l’inflessibile direttore del dipartimento d’amministrazione penitenziaria (Nicolò Amato) che non accettava la modifica del “41 bis”: in seguito lo stesso Amato fu imputato (e scagionato) dal processo “Stato-mafia”… una strana coincidenza.
L’unica conseguenza logica di un atto apparentemente incomprensibile è una vera e propria “resa” alla mafia, volendo evitare altre stragi: non un patto ma una resa incondizionata.

A parte quest’ultimo fatto, che poggia su atti documentati e realmente esistenti, l’intero processo “Stato-mafia” non ha alcuna prova certa e si contorna da testimoni notevolmente inattendibili e situazioni alquanto paradossali.
Sembra che i criminali (o personaggi ambigui) diventino attendibili “paladini della giustizia” e onesti uomini di Stato si rivelino terribili criminali (salvo poi essere scagionati).

Uno dei testimoni chiave è Massimo Ciancimino.

La mafia non si trasmette in eredità, quindi non è assolutamente vero che Massimo Ciancimino sia mafioso perché figlio di cotanto padre: può essere sospettato (perché cresciuto in odore di mafia) ma anche Peppino Impastato era imparentato con la mafia ma fu vittima della stessa.
In realtà il figlio di “Don Vito” è stato più volte accusato e processato: riciclaggio di denaro sporco (condannato e poi assolto nel 2007 e imputato nel 2012), in associazione mafiosa (2010, imputato per aver fatto da tramite tra il padre ei boss ) e calunnia.

Il secondo testimone chiave è il pentito ed ex-mafioso, Giovanni Brusca.

Soprannominato tra gli stessi mafiosi “lo scanna cristiani” o “ u verru” (il porco) per la sua particolare “maestria” nell’uccidere la gente (ha più di cento vittime a carico): Brusca è tristemente celebre per aver ucciso (e sciolto nell’acido) il piccolo Santino Di Matteo e per aver attivato il telecomando che fece saltare in aria Giovanni Falcone e la sua scorta.

Il pubblico ministero del processo “Stato-mafia” fu Antonio Ingroia.

Ingroia non è certo un criminale, ma di lui colpisce la curiosa mutazione: fu prima un magistrato (in teoria sopra le parti) e dopo fondò un partito politico di estrema sinistra (“Rivoluzione Civile”) a tratti addirittura contraddistinto da toni eversivi.

Insomma si tratta di due testimoni almeno inattendibili (tanto per usare un eufemismo) e un giudice che lascia adito a molti dubbi.
Curiosi sono anche gli imputati, che in realtà sono figure di alto profilo se non addirittura eroiche.

Basti riferirsi al Colonnello Mario Mori e al Capitano Giuseppe De Donno, entrambi arruolati nella ROS.
Un altro caso particolare è Sergio Di Caprio, meglio conosciuto come “Capitano ultimo”: chi mise le manette ai polsi a Totò Riina e si avvicinò a catturare Bernardo Provenzano.
Seguendo il “curioso” destino di chi compie il proprio dovere nella lotta alla mafia degli anni ‘90, Di Caprio fu accusato di aver catturato Totò Riina attraverso Bernardo Provenzano, come se un boss avesse consegnato un suo simile alla polizia: una barzelletta, se un processo vero non fosse realmente avvenuto.
Guarda caso il “Capitano ultimo” era acerrimo nemico di Massimo Ciancimino: fu lui ad arrestarlo e il figlio di Don Vito, sostenne di sentirsi perseguitato da Di Caprio (dopo numerosi processi a carico).

A seguito della descrizione di testimoni e imputati, è giusto narrare i fatti concreti, attraverso date di riferimento.

Ben prima che in Italia scoppiasse lo scandalo di “tangentopoli”: in Sicilia, dal 20 febbraio 1991 Falcone e Borsellino seguirono la pista di un grosso scandalo di tangenti, che legava uomini politici a imprenditori e mafiosi; l’inchiesta stava molto a cuore a Falcone (poco prima di spostarsi, e forse non è un caso, a Roma per incarichi ministeriali), al punto che (al convegno di Castello Utveggio, il 14 e 15 marzo del 1992) disse: “ la mafia è entrata in borsa”.
L’inchiesta imbarazzava alquanto la procura di Palermo, al punto che emise solo cinque provvedimenti di custodia cautelare (7 luglio 1991), a confronto dei quarantaquattro che aveva richiesto Falcone (che, a tal proposito, nei suoi diari scrisse: “ sono scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”).
Inoltre agli avvocati difensori dei cinque arrestati fu consegnata l’intera informativa dei ROS (890 pagine), al posto di alcuni stralci (come solitamente è norma fare): al punto che gli imputati seppero dell’intero castello accusatorio, riguardante anche le altre personalità, non indagate.

Da questo momento cominciò la lunga striscia di sangue: Salvo Lima, il Maresciallo Giuliano Guazzelli (un delitto, che fece poco rumore, il maresciallo non accettò di stemperare le accuse a uno degli indagati del processo mafia-appalti), Falcone e infine Borsellino.
Il 25 giugno del 1992, Borsellino volle incontrare segretamente il Colonnello Mori e il Capitano Del Donno per informarli della gravità dello scandalo “mafia appalti”, presunto movente (secondo l’idea di Borsellino) della morte di Giovanni Falcone.
Testimonianze a favore di questi fatti furono date da Ingroia (con cui si confidò Borsellino) durante la corte d’assise di Caltanisetta e da Giovanni Brusca (che durante il DDA di Palermo del 1999, ammise che la mafia aveva paura dell’indagine sugli appalti).
Curiosamente i due testimoni si “dimenticarono” di questa indagine molti anni dopo.

Il Colonnello Mori decise di portare avanti le indagini in solitario.
Incontrò realmente Vito Ciancimino: l’ex sindaco di Palermo consegnò al Colonnello un documento, non il “papello” (come oggi si sostiene) ma il libro “le mafie” (scritto dallo stesso Ciancimino e riguardante gli affari edilizi siciliani).
Mori chiese più volte di riferire (come già aveva fatto con Grasso e Caselli) alla “Commissione Antimafia” (presieduta da Violante) riguardo alle indagini di Falcone e Borsellino, ma tutto fu inutile: solo in seguito il Colonnello diede il libro a Violante (che a quel punto venne a sapere dell’incontro con Ciancimino, ma distorse la verità).

Inquietante, è la certezza che il 20 luglio del 1992 (quando ancora si stava allestendo la camera ardente per i caduti della strage di “Via D’Amelio”) la procura di Palermo depositò la richiesta d’archiviazione dell’inchiesta “mafia-appalti”, che fu archiviata il 14 agosto: un’inchiesta scomoda, immediatamente insabbiata.
Da quel momento vi fu una comprensibile frattura tra la Procura di Palermo e gli uomini del Ros: i reali rapporti tra la politica e la mafia furono secretati per sempre.

Maria Rosaria Cardenuto

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